Per chi vuol saperne di più una pubblicazione su saperi e sapori dal mare di san vito lo capo


TRAPANI, PROVINCIA DAI MILLE COLORI
di Ninni Ravazza

Quella trapanese è una provincia “colorata”. Se vogliamo dare retta a quell’eccentrico studioso inglese di fine Ottocento che fu Samuel Butler, il quale riconobbe nelle terre di Trapani i luoghi della peregrinazione di Ulisse, come l’eroe omerico per Piero Citati era l’uomo “dalla mente dai mille colori”, così la provincia di Trapani era e resta la terra variegata, multiforme, dalle indescrivibili coniugazioni cromatiche che l’esule percorse nel suo ritorno a casa.

I colori che si alternano negli occhi di chi attraversa la nostra terra sono i più diversi: il verde degli infiniti filari di vite che daranno vita ai vini rossi bianchi e ambrati che inebrieranno di umori e fragranze i commensali attorno alla tavola; il perlaceo dei marmi che hanno rivestito i palazzi più eleganti di mezzo mondo (Custonaci); il grigio delle falesie che cadono a picco sul mare (marittimo) e dei teatri greci e dei templi che si ergono al centro di ubertose vallate o a ridosso delle gialle dune di sabbia (Segesta e Selinunte); il nero della pietra lavica che si erge dal mare (Pantelleria);  l’azzurro del cielo; il marrone delle reti messe ad asciugare sui pescherecci di Trapani, Marsala, Ma zara del Vallo; il bianco abbacinante delle statue marmoree e l’ocra dei vasi che i fenici lasciarono sull’isola – sacrario di Mozia; l’oro della sabbia nelle spiagge che lungo le coste si alternano allo scuro granito (San Vito lo Capo, Trapani, Marinella di Selinunte); il rosso vivo del corallo, fiore prezioso tratto dagli abissi marini, e quello denso e caldo del sangue dei tonni pescati dalle tonnare più famose del Mediterraneo (Favignana, Bonagia, Scopello); il caleidoscopio verde e rosso e ciclamino e viola della macchia mediterranea; la luce candida dei cristalli di sale raccolti in cumuli accanto alle saline (Trapani e Marsala); il rosato dei fenicotteri e il cinerino degli aironi che si fermano nelle vasche salanti e l’argento di spigole e orate che in mare e nelle stesse saline prosperano godendo di un ambiente sano e pulito; qui anche l’ombra ha un colore se si tratta della nebbia che avvolge il monte Erice caro a Venere e alla scienza. E poi c’è il blu intenso, luminoso, dalle mille tonalità, del mare. Un mare generoso, dispensatore di ricchezza e qualche volta anche di dolore, protagonista e spettatore della storia e della cultura che lo hanno attraversato per secoli, regalandogli miti, riti, leggende.

SAN VITO LO CAPO
di Ninni Ravazza

I romani lo chiamarono Egitarso o anche Egitallo, e qui spesso le loro flotte si fermavano per fuggire alle tempeste e adorare i loro dei pagani, oltre che per intessere i lucrosi commerci marittimi per tutto il Mare Nostrum. Bisognerà attendere l’inizio del IV secolo per porre le premesse all’attuale denominazione. Sulla spiaggia dorata di Egitarso una mattina alla fine del 200 sbarcarono il giovane Vito, che fuggiva dalle persecuzioni contro i cristiani, ed i suoi tutori Modesto e Crescenzia. San Vito la Punta si sarebbe in seguito chiamato il capo Egitarso, e San Vito lo Capo è il nome del paese che crebbe attorno alla chiesa – fortezza che già dal 1300 richiamava fedeli e pellegrini da ogni dove. Paese giovane nonostante millenni di frequentazione umana (la vicina grotta dell’Uzzo era abitata nel periodo neolitico), San Vito lo Capo oggi è una delle realtà più interessanti nel panorama turistico nazionale.
Nato come centro agricolo e pastorale, il paese negli anni ’60 del secolo trascorso ha scoperto la vocazione turistica, favorita da un ecosistema che ha pochi eguali: un mare limpido e pescoso che lambisce la spiaggia di sabbia dorata, un porto tra i più sicuri della Sicilia, le montagne che scendono quasi fin sulla battigia, la palma nana che ha avuto ragione dei rovi, un paese limpido e sereno dove la vita scorre tranquilla, un clima che per nove mesi l’anno tiene lontane le nubi, la riserva naturale dello Zingaro che nel 1982 ha dato il via ad un reale rapporto di fiducia fra natura e uomo in Sicilia.
Ma tutti questi fattori da soli non giustificherebbero il successo che ha portato il paese in vetta ai flussi turistici, con un andamento costantemente in crescita.
A San Vito lo Capo “turismo” è stato coniugato con la cultura, con la gastronomia, con l’antropologia. Non soltanto sole e mare, ma anche incontri letterari (“Libri, Autori e Buganvillee”, incontro con i principali scrittori italiani giunto alla ottava edizione); musica classica e jazz senza tralasciare i gusti e le esigenze dei più giovani; convegni su argomenti intimamente legati alla storia e all’economia della provincia (“La terra delle tonnare” nel 1999, “Un fiore dagli abissi. Il corallo” nel 2002, “Sirene di Sicilia” nel 2006); la gastronomia etnica sublimata nell’evento internazionale “Cous Cous Fest” che conta già dieci edizioni ed a fine settembre porta in paese ancora decine di migliaia di turisti attirati non solo dai piatti preparati dai migliori chef del Mediterraneo ma anche dalle manifestazioni collaterali che spaziano dall’etno-musica all’arte; la celebrazione della tradizione alieutica siciliana con gli appuntamenti dedicati al pesce azzurro, alla sua cucina e alla storia dei pescatori. Un paese per tutti, in tutti i mesi dell’anno.

LA PESCA IN PROVINCIA DI TRAPANI
di Ninni Ravazza

La provincia trapanese con i porti di Castellammare del Golfo, San Vito lo Capo, Bonagia, Trapani, Favignana, Marsala, Mazara del Vallo, Marinella di Selinunte, Pantelleria, storicamente è una delle più importanti d’Italia per quanto riguarda la marineria peschereccia.
Attualmente la consistenza del naviglio da pesca nei compartimenti di Trapani e Mazara ammonta a n.  734 unità, così suddivise:

  • Pesca oceanica n. 12
  • Pesca mediterranea n. 76
  • Piccola pesca ravvicinata e locale n. 646

Le metodologie di pesca impiegate principalmente sono: lo strascico (paranza), la circuizione del pesce azzurro (cianciolo), le reti da posta (tremaglie/tramagli, ‘mbardate, sinali, più in generale rizze, e ancora palamitare, alacciare per i pelagici), il palangaro (conzo), le nasse; a questi impieghi vanno aggiunti tipi di pesca artigianale condotti da singoli pescatori, o al massimo da equipaggi di due/tre uomini con l’impiego di piccole barche per la pesca costiera sul bassofondo: la lenza, lo specchio e la fiocina, la “totanara” e la “pulpissa” per la cattura di piccoli cefalopodi (polpi, calamari e totani, questi ultimi pescati all’imbrunire o nelle ore notturne).
I pesci catturati con maggiore frequenza – e che dunque assumono una certa rilevanza economica - sono: lampughe (in dialetto capuna), sarde, acciughe (angiove), sgombri (scurma), salpe, ricciole (aricciole), occhiate (col cianciolo); aragoste (rauste), saraghi, scorfani (scrofani), scorfani rossi (cipudde), tordi (lappani), triglie, polpi (pulpa), seppie (siccia), razze (raje), cefali (muletti), orate, dentici, cernie, ritondi (ritunna), menole (minnole), cicerello (cicirieddu), palamiti, tombarelli chiamati bisi (con le reti da posta); saraghi, gronghi (runca), orate, dentici, pescispada (col palangaro); naselli (mirluzza), triglie, polpi, razze, calamari, gamberi (ammari), crostacei, sogliole (con la paranza); aragoste, tanute (zippole), polpi, gamberi (con le nasse); donzelle (viole), pagelli (lunari), sciarrani (sirranie) con le lenze; polpi (con lo specchio e fiocina).
Non viene più praticata la pesca delle spugne, molto attiva nel XIX secolo e fino al 1940 circa, anche se negli ultimi anni Trapani restava il porto di armamento, mentre la raccolta veniva effettuata soprattutto nei mari della Tunisia; una ripresa si registrò negli anni 1951/52, ma le difficoltà di collocare il prodotto sui mercati, con il conseguente ammasso di una grande quantità di spugne invendute, bloccò definitivamente l’attività.
La pesca del corallo, di cui Trapani dal 1300 al 1700 è stato uno dei centri principali, viene tuttora praticata in maniera discontinua, legata ormai alla casuale scoperta di un nuovo banco corallifero dopo l’esaurimento di quelli già noti. Questa pesca definita tecnicamente “speciale”, ampiamente praticata fin da tempi antichissimi, nei secoli XIX e XX ha avuto due momenti di grande ripresa: negli anni 1875/80 con la scoperta dei Banchi di Sciacca, e nel 1978/80 con lo sfruttamento del Banco Scherchi (nel primo caso il porto di Trapani fu quello di armamento di diverse barche coralline nonché base di appoggio per natanti e commercianti; nel secondo la città fu il centro in cui convennero pescatori e commercianti, e trapanesi erano nella quasi totalità le imbarcazioni impiegate).
Un’altra pesca “speciale” largamente praticata nella provincia di Trapani, è stata quella con le tonnare fisse: degli oltre ottanta impianti che nel corso dei secoli hanno operato in Sicilia, ben ventidue sono stati calati lungo le coste trapanesi. Oggi rimane attiva solo la tonnara di Favignana, votata più al turismo che alla cattura di tonni.

LE TRADIZIONI ALIEUTICHE A SAN VITO LO CAPO
di Ninni Ravazza

In principio furono i romani, che a cavallo fra IV e III secolo a.C. arrivarono al Capo Egitarso e trovarono un ampio golfo ridossato dai marosi dove pescare i tonni  gli sgombri e i pagelli, e lavorarne le interiora per farne il pregiato garum, la salsa di pesce che poi esportavano in capienti anfore di terracotta in tutto il Mare Nostrum. Ancora oggi a pochi metri dal bagnasciuga del Secco – ove poi a fine 1600 fu istallata una vera e propria tonnara – si possono ammirare i resti delle vasche in cocciopesto – cetariae - dove i primi pescatori facevano macerare i pesci per una industria di trasformazione ittica ante litteram.
Per arrivare ai progenitori degli attuali pescatori sanvitesi bisogna aspettare il 1800, quando il piccolo borgo sorto attorno al Santuario divenne un paese. La straordinaria ricchezza del mare richiamò diverse famiglie di pescatori soprattutto dalla vicina provincia di Palermo (i porti di Terrasini, Balestrate, Isola delle Femmine), ma per la difficoltà di collocare il pescato sui mercati (Trapani e Palermo venivano raggiunte con gli schifazzi, robuste barche da carico con la vela latina) solo a metà ‘900 il settore della pesca ha assunto quel ruolo importante nell’economia locale che oggi mantiene.
Lasciando da parte la tonnara del Secco, che è rimasta in attività fino al 1969, le tecniche di pesca praticate nel mare di San Vito sono:

  • Specchio e fiocina, ancora in uso. Vengono impiegate barche a doppia prua (gozzi) lunghe da quattro metri e mezzo a cinque e mezzo, oggi con un piccolo motore entrobordo diesel da 4/10 cavalli. Un rematore segue le indicazioni (trasmesse con impercettibili segni della mano o di un piede) dello “specchiaiolo” che attraverso un cilindro di rame col fondo di vetro scruta il fondale per individuare polpi e altro pesce. Se si avvista un branco di pesce pregiato, lo si cinge con una rete a tre maglie e successivamente si opera in maniera di fare ammagliare i pesci.
  • Reti da posta, largamente impiegate tuttora da barche medio/piccole (da 5 a 10 metri). Si tratta di ‘mbardate-sinali-tremaglie per la pesca di pesci che vivono soprattutto a contatto col fondale (saraghi, aragoste e altro); palamitare impiegate in particolare per la cattura di pesci che si muovono nelle fasce superiori come ricciole, tombarelli, sgombri, piccoli pescispada; alacciare dalle maglie di diversa dimensione e lacciaredde dalla maglia unica, reti simili alla palamitara ma per pesci di dimensioni minori come ciaule, ritondi, boghe  e menole.
  • Reti da circuizione del pesce azzurro, anche queste intensamente impiegate, pur se in qualche caso si tratta di uso contingente legato ai periodi di passa del pesce; vengono usate da motopescherecci di maggiori dimensioni, solitamente fra i 10 e i 20 metri. In generale la rete prende il nome di cianciolo, ma di questo esistono diversi tipi differenti per lunghezza, altezza e larghezza delle maglie. La tecnica è pressoché identica qualunque sia la specie ittica pescata: si tratta di individuare un branco di pesce (col sonar, con lo scandaglio, attirandolo in superficie con fonti luminose, creandogli una zona di ombra con l’ancoraggio di materiale galleggiante) e successivamente calare tutto attorno la rete da circuizione, che successivamente viene tirata a bordo del motopeschereccio col suo carico di pesce. Fino a 60/70 anni addietro nel mare di San Vito si pescavano grandi quantità di acciughe, che trovavano sbocco nell’industria del salato. Grande rilevanza socio-economica ha ancora oggi la pesca delle lampughe (capuna) che nel periodo settembre/dicembre occupa la quasi totalità delle barche sanvitesi di dimensioni medio/grandi, che si attrezzano col cianciolo ‘capuna.
  • Reti da traino o strascico, che prendono il nome di paranza, impiegate da motopescherecci di lunghezza superiore ai 13 metri e con una potenza motore elevata. I pescatori di San Vito lo Capo si dedicano da pochi anni a questo tipo di pesca, mentre prima era appannaggio esclusivo di motopescherecci provenienti da altri porti. Le paranze a San Vito catturano pesci che vivono sul fondo, solitamente fangoso o sabbioso, dunque sogliole, gamberi, merluzzi, triglie, razze, polpi, rane pescatrici, pagelli.
  • I palangari, che i pescatori chiamano anche conzo, costituiti da una lunga lenza orizzontale cui vengono attaccati centinaia di ami. Il palangaro non rientra nelle pesche tradizionali sanvitesi, ed è stato adottato dalla marineria solo di recente, assicurando comunque buoni esiti a chi lo pratica. Si distingue in palangaro di superficie (per tonni, pescispada, alalunghe) e di fondale (per saraghi, ombrine, cernie, dentici, orate, pagelli). Una attenzione particolare da una decina di anni è rivolta alla pesca del Pesce Sciabola (spatola), che vive ad alta profondità e che recentemente ha trovato una sua importante collocazione nella gastronomia. La tecnica di pesca alla “spatola” prevede il calo del palangaro a fondo e la sua quasi immediata salpata: per tale motivo quando viene individuata una zona ristretta ma ricca di questo pesce, le barche si alternano sul medesimo sito con turni di calo/salpata continui, in una sorta di gestione collettiva e non conflittuale della risorsa ittica.
  • Le nasse sono una sorta di cesta realizzata in giunco (e più recentemente anche in materiale metallico o plastico) dove i pesci (aragoste, polpi, gronghi, murene, tanute, soprattutto piccoli gamberi particolarmente gustosi) vengono attirati dalle esche e dalla quale non possono più uscire per la particolare conformazione del cono di ingresso. La pesca con le nasse non è stata mai particolarmente sfruttata dai pescatori di San Vito lo Capo, e solo tre barche attualmente vi si dedicano.
  • L’uso della lenza oggi è appannaggio quasi esclusivo degli appassionati non professionisti, che praticano la pesca di fondo per cernie bianche, occhialoni (mupi), sauri, grossi scorfani e quella di basso fondale per donzelle, sciarrani, pagelli, labridi (lappani). Fino a qualche anno addietro alcuni esperti pescatori (ricordiamo per tutti Nanai Carolina) praticavano professionalmente la pesca a traino di ricciole e dentici catturando anche esemplari di enormi dimensioni (9/10 chili i dentici, 25/30 le ricciole), mentre altri si dedicavano con profitto alla cattura di viole e serranie poi rivendute direttamente in banchina.

 

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