Per chi vuol saperne di più una pubblicazione su saperi e sapori dal mare di san vito lo capo


TRAPANI, PROVINCIA DAI MILLE COLORI
di Ninni Ravazza

INDUSTRIE ITTICHE
di Ninni Ravazza

Dal punto di vista dell’industria, nella provincia di Trapani rilevanza particolare hanno avuto la pesca e la trasformazione del tonno e del pesce azzurro (sardine, acciughe, e successivamente anche sgombri).
Questo ambito è stato caratterizzato da tre settori/attività che spesso hanno operato in sinergia:

  1. Pesca e conservazione del tonno (Thunnus thinnus): la cattura storicamente è avvenuta con le tonnare fisse (documentata fin dal XII secolo ma certamente molto più antica), e solo negli ultimi 40/50 anni con le tonnare volanti; la conservazione è stata effettuata esclusivamente sotto sale o in salamoia all’incirca fino alla metà del XIX secolo, per poi cedere il passo alla conservazione sott’olio: oggi la tradizionale tunnina salata non è più il cibo dei poveri – “tu mangiasti sarde e io tunnina” si diceva a Trapani per significare l’appartenenza alla medesima classe sociale di chi sulla povera tavola portava indifferentemente sarde o tonno sotto sale -  ma un’apprezzata chicca della gastronomia etnica, e la lavorazione è appannaggio di pochissimi artigiani che realizzano una quantità minima di prodotto, quasi sempre su ordinazione. A San Vito lo Capo opera una moderna industria ittica che inscatola sott’olio il tonno mediterraneo pescato con i palangari e le tonnare volanti, e lavora sotto sale le interiora dello stesso pesce (ventre, pulmuneddo, ficazza- carrubbella di tonno, lattume) ed ha ottenuto la D.O.P. per quello che è ritenuto il più pregiato dei componenti: l’uovo di tonno (bottarga).
  2. Pesca e conservazione dello sgombro (Scomber scombrus): solo a partire dalla metà del XIX secolo, e soprattutto nel XX, questa attività ha assunto rilevanza industriale, col metodo di conservazione sott’olio (questo fino al 1963, quando la crisi delle catture  in Mediterraneo comportò l’abbandono dell’attività conserviera, oggi assolutamente marginale e limitata agli sgombri importati dal Mare del Nord). Una prima notizia della esportazione di sgombro sotto sale si ha nel biennio 1799/1801, ma si tratta di soli 27 barili indirizzati a diversi paesi della Sicilia;
  3. Pesca e conservazione della sarde (Sardina pilchardus) e delle alici/acciughe (Engraulis encrasicolus): la pesca delle sarde è stata intensamente praticata fin dal XV secolo (nella Sicilia occidentale fino alla metà del 1900 era molto diffuso un tipo di imbarcazione chiamato “sardara”, e tale era anche la “Provvidenza” dei Malavoglia, il capolavoro di Giovanni Verga); intorno alla fine del XVII secolo la esportazione delle sarde sotto sale divenne una voce importante della bilancia commerciale trapanese. A San Vito lo Capo fino a 60/70 anni fa grande rilievo aveva la pesca delle acciughe con la rete da circuizione, e buona parte del pescato veniva conservato e commercializzato sotto sale prima da alcuni artigiani catanesi che in estate si stabilivano nei pressi della tonnara di Cofano dove i pescatori sanvitesi sbarcavano il pesce, successivamente dal primo industriale ittico locale, Mastro Liddu Calvino, che aveva realizzato un magazzino apposito sulla riva del mare (successivamente divenuto mercato ittico al minuto, e oggi sede di un club nautico).

Salagione e conservazione sott’olio del pesce azzurro (catturato in gran parte dai motopesca col cianciolo – rete di circuizione) sono state effettuate da centinaia di imprese artigiane  con sede soprattutto a Trapani, Marsala, Mazara del Vallo, ed a San Vito lo Capo come abbiamo visto.
La conservazione del pesce presupponeva la possibilità di accedere con tempestività ed a basso costo alla materia prima necessaria per la trasformazione: il sale. Le due attività – pesca e coltivazione del sale – nella provincia hanno proceduto di pari passo, ed a partire dalla fine del XVI secolo lo sviluppo delle saline non fu più solo in rapporto con la pesca locale, ma anche con quella oceanica: nel 1600 infatti un grande quantitativo di sale prodotto a Trapani veniva impiegato per la lavorazione del merluzzo pescato nei mari del nord.
Negli anni fra il 1883 e il 1891 le industrie della salagione di pesce impiegavano oltre 600 unità in tutta la provincia (ma questo dato ufficiale è certamente inferiore alla realtà, non registrando le decine di imprese a conduzione familiare che lavoravano sotto sale il pesce azzurro ed una minima quantità di tonno).
Il periodo più florido per l’industria conserviera trapanese fu registrato nel secondo dopo guerra: nell’anno 1951 le marinerie locali pescarono 110.000 quintali di pesce azzurro; nei primi otto mesi del ’52 la quantità di catture fu di 92.000 quintali. In quest’anno nel solo porto di Trapani vennero sbarcate 315.120 cassette di sgombro, 195.833 di sgombretto, 53.869 di alici, 15.685 di sarde (nell’isola di Favignana vennero sbarcate altre 80.000 cassette di pesce azzurro). La quantità modesta di sarde, in confronto alle catture di altro pesce azzurro, si deve al maggior valore commerciale di questi e non ad una diminuzione della specie nei mari trapanesi (spesso migliaia di chilogrammi di sarde venivano rigettati a mare per mancanza di mercato).
Nell’anno 1953 sul territorio operavano 172 industrie conserviere (su un totale di 460 in tutta la Sicilia), molte delle quali di piccole o piccolissime dimensioni, a conduzione familiare. Dati ufficiosi emersi nel corso di un convegno provinciale degli armatori della pesca e degli industriali conservieri indicavano in 95 gli stabilimenti di salagione (con 3.500 addetti), e in 77 quelli di conservazione sott’olio, che impiegavano poco meno di 15.000 unità.
In quell’anno le ditte che praticavano esclusivamente la salagione sarebbero state tre a Castellammare del Golfo, quarantotto fra Mazara del Vallo e Campobello di Mazara, trentasette a Marinella di Selinunte, una ciascuna a Trapani e Marsala; altre 5 erano sparse sul territorio.
Le principali aziende ove si lavorava sott’olio il pesce (senza escludere anche una certa quantità di salato) si trovavano a Trapani (dove aveva sede quella di più antica creazione ufficiale, la “Inia e Di Gaetano” fondata nel 1920), Mazara del Vallo, Marinella di Selinunte; diverse ditte non erano nemmeno siciliane (la bolognese “Regnoli” e la milanese “De Langlade e Grancelli” a Trapani, le siculo-liguri SALS a Trapani e ILSA a Mazara); un rilievo particolare merita la ditta “Parodi” di Genova, proprietaria delle tonnare di Favignana e Formica e dello stabilimento industriale di Favignana, acquistato nel 1937 dai Florio.
Diverse altre ditte, di dimensioni minori, dedite alla salagione di sarde e tonno, ed alla conservazione sott’olio di tonno e sgombro, avevano la sede nei pressi dei porti commerciale e peschereccio di Trapani (dove sopravvive una via del Salato), altre invece erano ubicate alla periferia della città; una sola (“Tipa”) operava in un sito storicamente connotato dall’attività di lavorazione e trasformazione, la ex tonnara di San Giuliano già abbandonata dai proprietari che si erano nel frattempo trasferiti nei nuovi stabilimenti di Sancusumano. 
A Mazara del Vallo fino al 1965/70 era attiva soprattutto la conservazione sott’olio degli sgombri, mentre sul litorale fra questa città e Marsala decine di piccole ditte, spesso a conduzione familiare, privilegiavano la conservazione sotto sale delle sarde, probabilmente favorita dalla esistenza delle vicine saline che potevano fornire a basso costo la materia necessaria per la lavorazione del pesce; qui il pesce veniva conservato – prima ancora che in scatole di latta – in piccole botti senza pancia dette valliri.

 LA PESCA DEI CAPONI
di Ninni Ravazza

Quando le barche arrivano in banchina e scaricano centinaia di cassette di splendidi pesci color dell’argento nessuno, alla vista di quella magnificenza, immagina che quel pesce oggi ritenuto “povero” un tempo fosse cibo dei sovrani.
Nell’isola di Thera, l’attuale Santorini nell’arcipelago delle Cicladi, un affresco famosissimo risalente a 1.800 anni prima di Cristo ritrae un pescatore che regge un grappolo di pesci appena catturati. Sono decine di Lampughe (Coriphaena hippurus), il “capone” dei siciliani. Se l’ignoto pittore di quasi quattromila anni addietro ha scelto questo pesce per abbellire la casa di un ricco signore, appare chiaro per la lampuga aveva per quella società – facente parte della evoluta civiltà minoica – una grossa rilevanza gastronomica ed economica.
Il fatto che il pescatore tenga in mano tanti pesci insieme, tutti di eguale dimensione, dimostra che già allora era stato individuato il carattere gregario dei “caponi” ed era stato trovato il metodo per catturarli in branco, come oggi si fa con le reti da circuizione.
Ma due millenni prima dell’era cristiana come si pescavano le lampughe? La risposta la fornisce il raffinato poeta greco Oppiano di Cilicia che nel II secolo d.C. scrisse il trattato “Della pesca e della caccia”:”Gli ippuri (da qui il genere hippurus assegnato da Linneo. NdA), o code cavalline, quando/ Alcunché scorgon rigirar tra l’onde,/ Tutti in folla ne van presso di quello:/ Massime quando nave martellata/Dalle procelle … /Dimembrando il gran fiotto, qua e là/ Porti le travi in molti pezzi sciolte,/ Greggia d’ippuri le correnti/ Tavole segue, e loro si fa dattorno:/ E quel tra i pescator, che vi s’imbatte,/ Agevolmente fa di molta preda,/ Anzi immensa …”.
Duemila anni addietro, dunque, era ben noto l’istinto degli ippuri/lampughe che li portava a ripararsi sotto qualunque oggetto galleggiante, ove divenivano facile preda dei pescatori. Ma poiché non era comodo aspettare che le procelle distruggessero una nave per mandarne i rottami in giro per il mare a raccogliere alla loro ombra i branchi di ippuri, l’uomo si ingegnò per fare in modo di attirare dove lui voleva quei branchi. E’ ancora Oppiano a darci la soluzione: “Fatto un mazzo di canne, nelle calme/ Giù lo pongono, e legan per di sotto/ Un sasso grave, loro ancoratore/ Quelle giran per l’acqua dolcemente./ Tosto gl’ippuri, d’ombra amica gente/ A branchi si raguna, e i dossi fregano/ Godendo delle canne, e intorno stanno./ Allora i pescatori d’amo pronti/ Navigan alla caccia, e gli ami sotto/ Armando d’esche mandano; ed in fretta/ E ‘n furia quegli beccan su, la morte.”
Nei duemila anni che ci separano dal poema di Oppiano è cambiato ben poco: l’uomo continua a tendere ai “caponi” la medesima trappola d’ombra galleggiante, oggi anche a 30-35 miglia dalla costa grazie a motopesca veloci e sicuri, e poi cattura il branco che si è fermato sotto il “cannizzo”  (chiamato anche “cannizzato”, “capunara” nelle diverse marine) non più con gli ami, ma con la rete da circuizione.
Fino a 60 anni fa, a San Vito lo Capo le lampughe venivano pescate cercando per il mare oggetti galleggianti abbandonati alla corrente, e individuato il branco si cingeva con una particolare rete a metà fra la circuizione e il traino, la “raustina” solitamente impiegata per la cattura dei pesci rondine (anciuliddi o rininuna); solo in un secondo tempo venne impiegato il cianciolo per il pesce azzurro, metodo importato dai pescatori di Trappeto (vicino porto del palermitano), che introdussero anche l’uso dei “cannizzi” ancorati al fondale. Questo metodo alieutico viene impiegato attualmente in tutto il Mediterraneo (grandi pescatori di “capuna” sono i maltesi).
La tecnica di pesca è semplice: individuato il branco, gli si passa vicino con una lenza da traino, fidando sulla grande voracità di questo pesce; catturato un primo esemplare, si tira la lenza fin quasi sotto bordo e subito dopo si cala a forte velocità il cianciolo facendogli compiere un cerchio di cui la lenza rappresenta il raggio: il branco che per istinto segue il primo pesce (come fosse il capobranco) si trova così ristretto nella rete, che tramite il cavo di piombo viene chiusa nella parte inferiore, e tirata a bordo (una volta a mano, oggi con l’ausilio dei verricelli).
L’esperienza ha affinato la tecnica della pesca, e attualmente il cianciolo per i “capuna” mediamente ha le seguenti dimensioni:lunghezza metri 200, altezza metri 80 in fase di raccolta, che diventano 30 quando la rete è stesa.
La pesca dei “capuna” si effettua durante la migrazione stagionale dei pesci: da fine agosto (le lampughe pesano in media 150 grammi) a metà dicembre (peso medio 1,5 – 2 chilogrammi); successivamente il pesce sparisce dai mari italiani (la Coriphaena hippurus è una specie cosmopolita) e nessuno sa dire che fine faccia. Ricompare quasi un anno dopo, pesciolini da 100 – 150 grammi, puntuali all’appuntamento con gli uomini che gli hanno preparato quelle trappole d’ombra già note al pittore di Thera.

 A mo’ di esempio, ecco alcune ricette raccolte dai pescatori. Da non inserire, almeno attualmente

LE RICETTE
ANTIPASTI

SGOMBRO SALATO
Il pesce salato da diversi anni è uscito dall’impiego quotidiano sulla tavola, ma per secoli è stato una pietanza estremamente diffusa, anche perché la salagione era l’unica tecnica nota per conservare pesci e carne. Oggi il pesce salato, antenato del sushi, approda sulle mense quale pietanza etnica per buongustai, e la sua produzione è appannaggio di poche industrie artigianali. E’ possibile però, per chi volesse, salare personalmente il pesce azzurro, per un antipasto che sa d’antico. Ecco la ricetta per conservare sotto sale gli sgombri, per la quale ringraziamo il pescatore Salvatore Lucido, di San Vito lo Capo, che ce l’ha voluta trasmettere:
Si leva e si getta via la testa dello sgombro fresco, che viene tagliato per lungo (allinguato); dentro un contenitore di latta, o anche di vetro, si creano alternati uno strato di sale mischiato grosso e fino e uno di sgombri allinguati precedentemente rivoltati (ammugghiati) nel sale, fino all’orlo del recipiente; sopra l’ultimo strato di sale si pone un coperchio appena più stretto del contenitore in maniera che possa penetrare all’interno dello stesso, e si appesantisce con un peso di 3 – 4 chili; dopo 15 giorni il peso sul coperchio va aumentato di altri 1 – 2 chili. Gli sgombri devono “cuocere” nel sale per 30 – 40 giorni (per verificare lo stato della salagione si può assaggiare un pesce dello strato superficiale), dopodichè sono pronti per il consumo: i pesci vanno mantenuti nel contenitore col sale, ma prima di mangiarli vanno lavati con l’aceto, poi conditi con olio e pomodorini. Oltre che un eccellente antipasto, lo sgombro salato po’ essere un ottimo condimento per le insalate.

Per mettere sotto sale le sarde il procedimento è lo stesso, ma vista la delicatezza della loro carne va usato meno sale.
Un altro pesce che fino ad una quindicina di anni addietro veniva pescato in grande quantità a San Vito lo Capo, e che veniva conservato sotto sale, per farne un secondo piatto da accompagnare col pane o un condimento per le insalate, è il tombarello (biso), poco apprezzato in fresco: il metodo di salagione è lo stesso dello sgombro (e anche del tonno tagliato in tranci): il pesce va sezionato in tocchi dopo averlo tagliato per lungo (allinguato).

TONNETTO O BISO SOTT’OLIO

LA ‘GGHIOTTA DI PESCE ALLA SANVITESE
Altra pietanza tipica di tutte le marine italiane, è il piatto “povero” per antonomasia, creazione dei pescatori che lo cucinavano direttamente sulle barche a conclusione di una nottata di pesca. Il fatto di non richiedere l’impiego di pesce pregiato, ma di qualunque specie ittica a disposizione, ne ha fatto il menù principale per le famiglie dei pescatori. Di fatto è una pietanza dal gusto eccezionale, piatto completo in grado di soddisfare ogni palato. Come cucinare una perfetta ‘gghiotta alla sanvitese ce lo dice il pescatore Salvatore Lucido:
Ogni tipo di pesce è buono, ope, scorfani, cipudde, sauri, minnole, fagiani, e tutto quello che si trova fresco, che va pulito bene, scardato e rivoltato nel sale; dopo aver fatto imbiondire (ingrangiare) la cipolla tagliata a fettina in una padella o meglio ancora in una casseruola con l’olio, si aggiunge il pomodoro tagliato a pezzetti, oppure la salsa (estratto) se non c’è il pomodoro, e quando il pomodoro o la salsa sono tutti sciolti nell’olio si passa il tutto in una pentola, meglio se di terracotta, si aggiunge acqua nella quantità secondo quante persone devono mangiare; quando questo brodo bolle si aggiunge il pesce, tagliato a tocchetti se grosso, e si fa bollire per un massimo di 10 minuti; quando la ‘gghiotta è pronta, si serve nei piatti (ma i pescatori mangiavano tutti dentro la stessa pentola) e si accompagna col pane che va immerso nella zuppa.

IL PESCE ARROSTO
Pleonastico fornire una ricetta del pesce arrostito sulla brace, ma seguite il consiglio di Salvatore Lucido se volete un sapore aggiunto: quando invece della carbonella già preparata si usa legno da ridurre in carbone, per ottenere un pesce arrosto dal sapore inimitabile usate rami di vite.

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