Per chi vuol saperne di più una pubblicazione su saperi e sapori dal mare di san vito lo capo


MITI, RITI E LEGGENDE
di Ninni Ravazza

Il Mare è quel grande contenitore dove si sommano i saperi, le esperienze, le conoscenze, i riti, i miti, le leggende che hanno accompagnato il cammino dell’uomo. Questo enorme contenitore non perde nulla di quanto acquisito nel corso dei secoli, dei millenni, ma tutto conserva, pronto a restituircelo, sia pure a volte sotto forma diversa da quella originaria.
Una ampia parte della Cultura del Mare è formata dalle leggende ad esso legate.
L’uomo che fin dagli albori della civiltà si è trovato ad operare in un contesto naturale che non è il suo, spesso ostile, ricco di pericoli, ha elaborato risposte e comportamenti rituali per contrastare le forze che mettevano in pericolo la sua vita e ne rendevano difficile il lavoro: nasce così una cultura che trae la sua materia, tanto a livello del piano dell’espressione quanto del contenuto, da un universo culturale dai tratti strutturali comuni, malgrado i diversi contesti locali.
I misteri della natura vengono interpretati come azioni di divinità irascibili da blandire e pregare: assegnando loro un significato sovrumano si mettono in atto quei contro/comportamenti atti a modificarne le conseguenze.
Nascono le leggende che regalano la spiegazione di avvenimenti altrimenti incomprensibili e nel contempo danno sicurezza agli uomini che credono così di conoscere la genesi dei fenomeni cui assistono; e nascono i riti assunti quale rimedio al Fato altrimenti ineluttabile.
Vivendo con i marinai/pescatori si viene proiettati in una dimensione straordinaria, dove il tempo perde il suo significato, ed i confini geografici non hanno più valore. Capita, anche, di assistere alla nascita della leggenda; di vivere il mito; di capire come il rito sia divenuto una regola di comportamento. In partica, si vivono le medesime circostanze in cui la leggenda ha preso le sue mosse.
Osservare, capire le reazioni del marinaio/pescatore di oggi alle incognite del mondo in cui opera, insegna a comprendere come siano nate le credenze ed i riti in questa realtà.

Dalla viva voce di alcuni pescatori abbiamo appreso alcune storie vissute personalmente dai narratori, che meglio di altro possono illustrare quanto abbiamo detto sopra. Si tratta di brani inediti che aiutano a far capire come possano nascere leggende e miti.

ANIME PERSE, narratore: Gino Allotta (la vicenda accade negli anni ’60 del 1900)
“Eravamo a bordo del peschereccio "Nettuno", una nottata di bonaccia, eravamo di libicci a Pantelleria, a sud ovest di Pantelleria, dove si pescavano angiove, acciughe. Bonaccia, tempo bello. Di prima sera non si vedeva niente, io ero nella lancia con le luci, le lampare, accese, e guardavo con lo specchio a mare. A mezzanotte precisa, e come ‘u saccio ch'era mezzanotte? 'u saccio perchè quanno 'ntisi a vuce talìo l'orologio, era mezzanotte, ‘u pò dire pure Lorenzo, che mi cercava quanno 'ntise a vuce OHHH, io mi ettai abbascio e un vosi nescere cchiù. Io la voce l'avevo sentita, vicino alla mia barca, ma vicino alla barca non c'era nessuno, il peschereccio era fermo a centinaia di metri, stavano vedendosi la partita alla televisione e aspettavano che le barche con le lampare avvistavano i pesci attirati in superficie. La mattina dopo quando salii a bordo del "Nettuno" ero tutto spaventato. L'altro lampista che era pure a mare da solo quella notte mi chiese: "Ma che hai, Gino?" e io gli raccontai che a mezzanotte avevo sentito la voce; "Io pure l'ho sentita, Madre mia e che è" mi disse. C'era con noi un cristiano anziano, originario di Levanzo, che ci spiegò: "Ddoco a 'ttempi di verra passavano navi, alcune affunnarono, e qualche armicedda, anima persa, c'è sempre lì, e si sente sempre a cangiatina di tempo, quanno u tempo cangia".

Da tempo immemorabile uno dei terrori dei naviganti è quello di morire in mare e non avere sepoltura, convinti che senza la copertura della terra la loro anima avrebbe continuato a vagare per i mari e le spiagge, lamentandosi per il destino (e di fatto KRIERIEUN – da crieurs, piangenti – venivano chiamate nella Bretagna le anime dei morti a mare).
Non dimentichiamo il terrore di Odisseo, naufragato al largo della terra dei Feaci (Trapani secondo la tesi dell’inglese Samuel Butler) per la collera di Poseidone che gli scatenò contro i venti ed i marosi: di cosa si preoccupava? Di affogare e non avere degna sepoltura in terra, invidiando addirittura i suoi compagni morti sotto le mura di Troia.
Analoga paura ha Palinuro, nocchiero di Enea dopo la partenza da Drenano/Trapani: al suo condottiero chiede una onorata sepoltura.
Nella mitologia di ogni tempo, ma anche nelle leggende moderne, le anime dei morti a mare, insepolti, gridano di dolore, e le loro grida diventano il suono minaccioso del mare in tempesta.

LA MADONNA DI TRAPANI, narratore Pio Solina (la vicenda accade negli anni ’60 del 1900)
“Con noi in barca c'era Lorenzo, eravamo alla Secca Dimanno, a levante dell'isola di Levanzo, lavoravamo a occhiate, como spuntava 'a luna; Lorenzo era picciriddo, aveva tredici, quattrodici anni, e veniva con noi da 'na misata, un mese circa.
Ad un certo punto gli venne un fortissimo dolore allo stomaco, era notte, e si gettò sulla coperta della barca e s'inturciuniava tutto, si contorceva per il male, dolore da morire, "Staio murennu" gridava, e così mettemmo la prua per terra, lo volevamo portare all'ospedale. Un'ora di navigazione e saremmo arrivati a Trapani.
Quanno parse a iddu, che nuiatri stàvamo finenno di tirare u conzu che ppoi u portamo a Trapani, iddu, picciutteddu, gridao :"Bedda Matri di Trapani, fammi passare ‘stu dulure, che m'affari moriri?". Proprio così gridava. Lorenzo era disperato e invocava la Madonna di Trapani, protettrice dei marinai. U cielo stiddato come ‘sta nuttata 'un ci 'nnastatu mai, un cielo netto, stiddato, bonazza, tutto 'nta na vota in cielo si forma ‘na Maronna, com'è a Maronna Trapani,’na statua, bianca, una fiamma lucente che proprio si viria 'u quadro da Maronna proprio perfetto; durao tri, quattro minuti, iò taliava accussì, nta facciata ‘Levanzo, ntall'aria, e virìa come a Maronna. Poi scumpariu ‘sta cosa, e  io mi fici 'a cruce all'uso meo. Dopo l’apparizione della Madonna in cielo a Lorenzo passò il dolore alla pancia, e noi lavorammo tutta la notte e riempimmo la barca di pesce. E' da allora che Lorenzo non ha più dolori”.

La Madonna di Trapani, venerata in tutto il Mediterraneo, è particolarmente cara ai marinai, e le leggende legate al suo arrivo a Trapani – datato intorno alla metà del 1200 sono tutte collegate al mare. Sono due le versioni del suo arrivo in città, ed entrambe hanno una base comune: la statua arriva dalla Terrasanta, portata via dai cavalieri templari per sottrarla ai saraceni che stavano riappropriandosi della loro terra e della loro fede.

  1. La nave che trasportava la statua a Pisa, terra del cavaliere che l’aveva presa in custodia, nei pressi di Trapani urtò contro il fondale e si aprì una falla nella carena; quando venne tirata in secco si scoprì che un pesce – un nasello/merluzzo – aveva otturato il buco evitando l’affondamento della nave, e da allora guardando controluce la spina del pesce si intravede l’immagine della Madonna. Sbarcata la statua sacra, questa venne posta su un carro per portarla dentro la cinta muraria, ma i buoi arrivarono al convento del Carmine e non vollero più muoversi. Nessuno reclamò la statua, che così restò a Trapani nel convento che divenne il Santuario dell’Annunziata.
  2. La nave diretta a Pisa fu colta dalla tempesta a Lampedusa, poi arrivò a Trapani il 6 agosto, ma ogni volta che ripartiva si scatenava la tempesta ed era costretta a tornare indietro. I marinai superstiziosi si convinsero della impossibilità di partire alla volta di Pisa con la statua a bordo, e la lasciarono al console dei pisani che aveva sede in città. Il console, avuta notizia che un’altra nave sarebbe partita per Pisa da Palermo, dispose il trasporto della statua nella capitale dell’isola ma i buoi che tiravano il carro arrivati davanti al convento del Carmine non vollero più muoversi; il console pisano interpretò i segni divini e la volontà dei trapanesi, e non inviò più la statua a Pisa. Furono i marinai trapanesi a portarla dentro il Santuario.

La storia delle tonnare è ricca di episodi leggendari, correlati ad avvenimenti reali, che dimostrerebbero quanto può influire sull’andamento della pesca  un Dio ben disposto; si devono al canonico Antonino Mongitore (“Della Sicilia Ricercata nelle cose più memorabili”, 1743) alcuni racconti straordinari di interventi divini nelle tonnare: così il Beato Pietro Geremia, dapprima scacciato dalla tonnara palermitana dell’Arenella dove era andato a chiedere l’elemosina, avrebbe riportato fra le reti i mille tonni che ne erano fuggiti, dopo il ravvedimento del padrone che si decise ad elargire una ricca prebenda per timore di perdere la stagione di pesca.
Straordinari i poteri del Venerabile Servo di Dio Frà Innocenzo da Chiusa, devotissimo di Sant’Anna, che fece da tramite fra la Santa ed i generosi gestori delle tonnare delle Egadi affinché la stagione di pesca si concludesse nella migliore maniera, come in effetti avvenne: di volta in volta i tonni arrivarono fra le reti col nome di Sant’Anna scritto “nelle reni”, e addirittura nella tonnara di Formica con le “vertule” (bisacce) al collo. Oggi sappiamo che le “vertule”/bisacce non sono altro che muscoli che sotto lo sforzo assumono un colorito diverso dal resto del corpo, ma ancora pochi anni addietro un bravo tonnaroto di Bonagia raccontava che una volta fu fatta una mattanza di tonni enormi, grossissimi, “e tutti chi stampe ‘ccà, nel fianco, e da allora non è successo mai più”.

La fede ha sempre avuto un ruolo molto importante per i pescatori in generale, e per i tonnaroti in particolare: “… preme l’osservanza della religione da cui giudica di dover dipendere non poco il buon esito della pesca …”, scriveva nella seconda metà del XVIII secolo l’abate Cetti, parlando dei rais del tempo.
Il rapporto con Dio e i Santi, ma anche con le potenze numinose che tanta parte hanno nelle credenze popolari,  è continuo: apre la giornata con le preghiere dette dal rais o dal capomuciara; prosegue con i riti dell’ingresso e della uscita dallo spazio sacro dell’isola – “Bongiorno tunnara” o anche “Santo bongiorno” all’arrivo, e poi “Bona notti, bona sorti, bona tunnara” quando è il momento di tornare a terra, che ricordano il “Buon giorno/buonasera a tutta la compagnia” rivolto ai “patruneddi ‘casa”, spiriti/numi tutelari della casa, chiara la discendenza pagana degli dei protettori della casa e del focolare.
Prosegue ancora con il rispetto portato alla “cruci” su cui sono fissate le effigi dei Santi  (gli uomini si levano il cappello), sormontata dai rami di palma, pianta anch’essa dalle forti connotazioni religiose ( rami di palma o di olivo venivano portati sulle barche  - e sui carri dai contadini – la Domenica delle Palme, e con questi i pescatori adornavano i “campioni” di poppa o di prua). La palma – o croce – segna l’ingresso nello spazio sacro della tonnara, dove il tempo i gesti e le parole acquistano un significato particolare.
La mattina appena fuori dal porto il rais a poppa della muciara si leva il cappello e prega i Santi perché proteggano la tonnara e favoriscano la pesca:

Un Credo ‘u Signuri

‘Na Salve Regina ‘a Madre ri Diu di Trapani
‘Na Salve Regina ‘a Madre ri Diu ‘u Carvariu
‘Na Salve Regina ‘a Madre ri Diu ‘u Rosariu
‘Na Salve Regina a Santa Teresa
Un Padre Nostru ‘u Patriarca San Giuseppe
Un Padre Nostru a San Francisco ri Paola
Un Padre Nostru ‘o Sacro Cuore ri Gesù
Un Padre Nostru a Sant’Antoninu
Un Padre Nostru a San Petru chi prea ‘u Signuri pi ‘nnabbunanti pisca

La ciurma risponde in coro:

Che Diu lu faccia!

Rais

Requemeterna ‘i Santi priatori d’i nostri morti. Santo Bongiorno!